martedì 19 gennaio 2016

GENITORI


I miei genitori stanno invecchiando. Li vedo lontani sulla strada, camminano veloce. Gli urlo di fermarsi, “’ndo cazzo andate? Aspettate un attimo. State quieti” ma loro si voltano e mi guardano, mi fissano, nessuna parola. Io allora mi ricordo del volume alto della tv. Della montagna di occhiali che si ammassano in casa. Della stufa sempre accesa anche nei giorni di primavera. Le risate smodate e le citazioni di personaggi televisivi degli anni ’70. Mia madre si incontra perché i suoi figli non conoscono le canzoni degli alpini della grande guerra. Come se lei avesse mai fatto parte degli alpini, o abbia mai avuto una tensione patriottica qualsiasi. Questo le risponde mio padre a nostra discolpa. Era una cena, quella sera, pochi giorni fa. Quella dopo la festa in cui ho bevuto un po’ troppo. Sto invecchiando pure io. Quella sera ero a pezzi, mi trascinavo dei rimasugli di alcol nel sangue. Il giorno dopo una bevuta è ormai sempre peggio, la stanchezza dopo una giornata lunga si fa sentire. Non posso più andare a dormire alle 4 e svegliarmi alle 8 come un fiore, se mai ne sono stato in grado.

Continuo a studiare mentre i miei amici pian piano si laureano e si trovano un impiego. Alcuni già lavorano da anni. Lo studio comincia a pesare, a farsi incomprensibile, la memoria è sempre più fiacca. Qualcuno dice che è come un muscolo ma in realtà invecchia molto più in fretta. Eppure mi ricordo tutti i nomi dei personaggi dei cartoni che guardavo alle elementari, mi ricordo ancora le canzoni dei classici Disney.

Sono stanco. Forse sarebbe il caso di sedersi un attimo. No non posso i miei continuano a guardarmi da laggiù in fondo e io sono ancora fermo, devo decidermi. Ma dove siamo? Qui come cazzo ci sono arrivato. “ma dove siamo?” gli urlo. Nessuna risposta. Simpatici come al solito penso.

È come se in tutti questi anni di vita io non mi fossi mosso da dove sono. Aspettando qualcosa che forse non arriverà mai, la mia vita è rimasta immutata, immobile. Ma ad un certo punto bisogna camminare e dicono che questo bisogno solitamente nasca da una brutta sensazione, un presagio, un segno nefasto. “Forse era quello del 2012 il presagio di cui parlavano” penso “o quello alla fine del 2012” sono quasi sicuro di aver trovato il mio segno ma poi “ah no ma sicuramente si riferivano al 2013”. Ma poi chi è che l'ha detta sta storia del presagio? Non me lo ricordo. È la memoria, è sempre colpa della dannata memoria di melma che mi ritrovo.

E intanto che questa grande masturbazione mentale si manifesta loro mi stanno ancora guardando in fondo alla strada. Mio padre con le mani nelle tasche dei pantaloni e mia madre collo sguardo indispettito ed impaziente. Non me ne hai mai fatta passare una, penso. Perché questa volta dovrebbe essere diverso?

Titubante mi avvio, l’aria è gelida ma ho deciso. Vado con loro. In fondo cosa potrebbe succedere?

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